La didattica dei personaggi ponte

Pubblichiamo abstract dell'intervento del Dott. Ongini, MIUR-DG per lo studente, tenutosi nei seminari del 1 aprile e 20 maggio 2017 presso la nostra sede.

In Gli alfabeti dell’intercultura, a cura di M. Fiorucci, F. Pinto Minerva, A. Portera, ETS, Pisa, 2017

La didattica dei personaggi ponte

di Vinicio Ongini

Abstract

A quasi 30 anni dalla caduta del muro di Berlino l’Europa è tornata a costruire altri muri. Sembra percorrere la via della disintegrazione piuttosto che quella dell’integrazione. Si è tornati a parlare di confini e di frontiere. Anche nelle scuole sono aumentate le preoccupazioni e i dubbi sull’idea, sulla scelte e sull’uso degli “alfabeti interculturali”. C’è bisogno di costruire o di ricostruire anche nel fare scuola quotidiano, con i materiali che abbiamo a disposizione.

L’arte della combinazione dei materiali è competenza didattica degli insegnanti. Dunque come si possono costruire “ponti” nella pratica didattica  e tra le scuole e la comunità degli educatori, con l’apporto dei figli di migranti e di tutti gli allievi?

Le piste di lavoro che  propongo sono fatte di figure, storie, oggetti,  personaggi che sono comuni a bambini, ragazzi e giovani di provenienze e culture diverse. Personaggi che sono condivisi, che sono “in comune”, materiali interculturali, elementi di unione. Portatori di molteplici  appartenenze, sono riconosciuti in Paesi diversi e lontani e costituiscono, o possono costituire, un minimo comun denominatore narrativo, una costellazione di senso, significati, metafore che aprono piste sulla storia, la filosofia, la letteratura, le religioni.

 Parole chiave:  muri/ponti/costruttori/personaggi/narrazioni/didattica/materiali/comundenominatore

 Introduzione

Una delle parole che abbiamo sentito più spesso in questi ultimi anni è la parola “muri”. L’Europa  sembra diventata una fortezza assediata, un castello medioevale.

A quasi 30  anni dalla caduta del muro di Berlino l’Europa è tornata a costruire altri muri. Muri che dividono.

L’opposto della parola “muro” è, lo sanno anche i bambini, la parola “ponte”.

Un parola familiare, costruttiva (fare ponte significa facilitare, fare muro significa ostacolare) e più vicina all’infanzia come dimostra la contina Ponte ponente ponte pì, una frase nonsense che si usa come incipit, come inizio di un gioco.

A Roma, di fronte ad una scuola primaria, c’è una libreria per bambini che si chiama Ponte ponente. È vicina alla fermata della metropolitana di Ponte lungo ed ha preso il nome da questa contina della quale si conoscono  diverse versioni. Una di queste fa così (le libraie dicono che i bambini la usano ancora):

 Ponte ponente ponte pì

tappetà Perugià

ponte ponente ponte pì

tappetà perì

 Una filastrocca nella quale alcuni suoni privi di significato si combinano con altre parole che ne sono invece dotate, come ponte, ponente, Perugia. Nell’insieme costituiscono una struttura semantica priva di senso ma che ha comunque un protagonista, anzi una parola protagonista: la parola ponte.

L’origine di questa filastrocca italiana si fa risalire ad una conta francese, Pomme de reinette e pomme d’apì, che invece ha un senso compiuto e un preciso intreccio narrativo. Parla di una venditrice ambulante di frutta nel mercato coperto di Parigi che mentre  decanta la sua mercanzia viene alle prese con un ladruncolo, o forse  un passante dalla mano lunga. Scambi culturali tra Roma e Parigi,  scambi interculturali tra contine!

Un vecchio detto popolare dice: “il bisogno aguzza l’ingegno” ed è proprio da questa ragione, cioè dal bisogno, che sono nati i ponti.

Fin dall’antichità, quando il problema era  di attraversare un ruscello o un fiume per raggiungere nuovi pascoli e spostare merci e animali, fino alla comunicazione globale di oggi, la necessità di nuovi ponti è stata fonte di scoperte, di conoscenze, di progresso ma anche di lotte e di conflitti. In epoca moderna i ponti hanno deciso l’identità di paesi e città e le relazioni tra popoli e persone di lingue, religioni e culture diverse. Come il ponte di Mostar, in Croazia che collega la parte cristiana della città con la parte musulmana. Oppure pensiamo alle nostre città  con i loro ponti: Venezia, Firenze, Roma. Sono un segno d’identità, un elemento irrinunciabile.

I ponti sono stati costruiti fin dall’antichità con i materiali più diversi: sassi,  pietre,  vegetali, legno, corde. Poi ferro, acciaio e vetro e, come accade con i ponti moderni, combinando  materiali diversi e complementari.

Ma questi materiali, alcuni almeno, sono anche gli stessi che si usano nella scuola dell’infanzia (perché chiamarli “materiali poveri” se servono a costruire i ponti?) e l’arte della combinazione dei materiali è competenza didattica degli insegnanti. Dunque come si possono costruire “ponti” a scuola, con quali materiali, con quali combinazioni?

I ponti che  propongo di utilizzare sono figure, storie, personaggi che sono comuni a bambini e ragazzi di provenienze e culture diverse. Personaggi che sono condivisi, che sono “in comune”, materiali interculturali, elementi di unione. Portatori di molteplici  appartenenze, sono riconosciuti in Paesi diversi e lontani e costituiscono, o possono costituire, un minimo comun denominatore narrativo e fantastico. Su questa pista didattica che avevo proposto, fin dall’inizio degli anni novanta, sono state fatte molte esperienze  nelle scuole, dall’infanzia alle superiori, all’Università (ho presentato queste idee in alcuni cicli di lezione nei corsi di scienze della formazione delle Università di Bressanone e  Lumsa di Roma ) insieme a biblioteche, centri culturali, associazioni. Laproposta didattica dei personaggi ponte è stata al centro del programma nazionale del Ministero della Pubblica Istruzione, rivolto alle scuole del primo ciclo, L’Italia delle fiabe, per i centocinquant’anni dell’unità d’Italia, negli anni2010 e 2011.

 1  I Sassi

 L’idea è venuta agli insegnanti della scuola dell’infanzia e della scuola primaria dell’istituto comprensivo “Coverciano” di Firenze: organizzare un “progetto di continuità” tra le due scuole attraverso la storia di un ponte di pietre, per facilitare il passaggio tra i due “paesi”, quello dell’infanzia e quello della primaria. Il primo incontro è avvenuto alla scuola dell’infanzia, le maestre hanno letto ai bambini seduti in cerchio il libro di Stepan Zavrel, Il ponte dei bambini, poi discussione, domande sulla storia e visione di immagini di ponti.

Il secondo incontro è avvenuto alla scuola primaria ed è stato chiesto ai bambini di disegnare i loro ponti incoraggiandoli a farlo a coppie (un bambino dell’ infanzia e un bambino della primaria)  Poi tutti insieme hanno discusso e risposto alla domanda : a cosa serve un ponte?. Ecco alcune risposte: 

per passare da una parte all’altra

per andare da una casa all’altra

per attraversare sopra

perché se c’è l’acqua sotto si passa sopra così non si cade di sotto

per far incontrare le persone

per unire le persone, i villaggi, le città

perché il ponte levatoio unisce il castello alla terra e non fa passare i nemici

La risposta più scientifica, quasi filosofica mi sembra: per attraversare sopra .

Se servisse per attraversare sotto infatti si chiamerebbe “galleria” o “tunnel”.

 La storia del libro Il ponte dei bambini racconta di due famiglie di contadini che vivono sulle sponde opposte di un piccolo fiume. Sono invidiosi gli uni degli altri e non si parlano, anzi litigano e si tirano le pietre che finiscono in acqua. I bambini figli delle due famiglie scoprono che quando l’acqua del piccolo fiume si abbassa quelle pietre costituiscono un ponte e così loro lo possono attraversare, fare amicizia,  scambiare cose e idee con gli altri bambini. Allora i genitori,…non posso proseguire per non rivelare il finale, vi invito a cercare e a usare  il libro.

Questa storia è diventata, in un’altra scuola dell’infanzia, a Predazzo, in val Fiemme, provincia di Trento, uno spettacolo teatrale interpretato proprio dai genitori perché nella storia sono loro i più chiusi, i più diffidenti verso le diversità.

È il grande studioso russo di fiabe Vladimir Propp a scrivere che gli oggetti possono essere personaggi e dunque i sassi sono personaggi ponte perché sono comuni a Paesi e lingue e religioni diverse, perché sono universali, si trovano in tutto il mondo. E sono materiali poveri e universali. Se i sassi fossero pane, dice un proverbio bolognese, sparirebbe la fame

 2 Giufà

Un personaggio a tutto tondo è invece quello di Giufà, prototipo del furbo sciocco, che lo scrittore Italo Calvino, nella sua raccolta di Fiabe italiane (200 fiabe di tutte le regioni), colloca in Sicilia. Ma perché proprio in Sicilia?, dove è nato davvero Giufà?

Lo stesso personaggio si trova anche in altri Paesi, soprattutto quelli che si affacciano sul Mediterraneo: Albania, Marocco, Tunisia, Egitto, Israele. Ma c’è un personaggio simile a Giufà anche in Romania. Si chiama Pacala.

Naturalmente cambia il nome , cambiano alcuni sfondi, alcuni dettagli, a volte Giufà  è più furbo, a volte più saggio, ma le narrazioni sono spesso molto simili.

Le innumerevoli storie  raccolte su Giufà sono brevi, piene di comicità e di brio, comprensibili anche dai bambini  non tutte, bisogna scegliere) e costituiscono delle  piste che si aprono sulle diversità, anche religiose. Se ci sono in classe bambini di altre culture e religioni le storie di Giufà possono essere d’aiuto per accostarsi in modo leggero alle diversità. Per esempio in una storia il personaggio di Giufà, che in Marocco e in Egitto si chiama Goha,  entra in una moschea di venerdì, sale sul pulpito al posto dell’imam e comincia fare una predica; in un’altra Giocà, cosi si chiama il personaggio in Israele, entra in una sinagoga, di sabato…La storia è la stessa ma il luogo e il giorno della preghiera cambiano e sono quelli giusti perché corrispondono alle religioni di quei paesi.

Le insegnanti della scuole dell’infanzia e primaria di S. Marinella, in provincia di Roma, diversi anni fa, avevano lavorato sulla figura di Giufà. Dapprima come personaggio ponte tra le diversità regionali delle famiglie italiane presenti a scuola, attraverso il coinvolgimento dei genitori, dei dialetti, delle musiche: ogni regione, quasi ogni paese aveva il suo tipo “alla Giufà” e certamente anche voi ne conoscete qualcuno. Poi lo stesso personaggio è stato usato come come figura ponte con le famiglie dei bambini provenienti dai Paesi del Mediterraneo perché il Giufà “siciliano”, in realtà è nato sull’altra sponda del mare ed è stato portato in Italia dagli arabi mille anni fa. Quindi è un personaggio che appartiene a popoli diversi, è un ponte nel Mediterraneo, un “mediatore culturale”.

Le insegnanti hanno utilizzato come materiali, oltre ai libri su Giufà, anche le novelle Chichibio e la gru e Calandrino (dove ci sono esempi di furbi-sciocchi) tratte dal Decamerone di Boccaccio. Nei racconti di furbi e sciocchi possiamo collocare anche i nostri Bertoldo, Arlecchino e Pulcinella, oltre alle innumerevoli maschere locali e poi il tedesco Till Eulenspiegel, il buffone malese Pa’ Kadok che per assonanza e somiglianza richiama il furbo filippino Pilandog. E lo “studente” Ben Sikram, lo scroccone per eccellenza nei racconti orali delle tribù nomadi dell’Africa  del Nord

Il tema dello “stolto”, dell’ “idiota” rimanda agli innumerevoli personaggi della fiaba, del romanzo, della letteratura filosofica e religiosa che trasgrediscono il senso comune, figure spesso ridicole ma portatrici di verità inquietanti di cui la ragione dominante diffida ma delle quali tuttavia non si può fare a meno.

 3 Il Lupo

Il lupo può aiutarci ad aprire una pista di lavoro anche sul tema del colonialismo e della schiavitù . Il lupo è uno dei simboli più popolari dell’immaginario infantile, il “babau” per eccellenza, lo spauracchio, il pericolo ( “stai attenta bambina mia…”, Cappuccetto rosso).E questo nonostante una piccola ma tenace minoranza (ma in aumento) di lupi buoni,  perdenti o in crisi d’identità che popolano le nuove storie per bambini, dai “vecchi”, ormai, Ezechiele lupo dei fumetti di Topolino a Lupo de Lupis dei cartoni animati, fino alle nuove storie della letteratura infantile contemporanea, Il lupo che voleva essere una pecora o Sono io il più forte, di Mario Ramos, per esempio, pubblicati da Babalibri: un lupo bullo si crede più forte di tutti fino a che incontra un piccolo insignificante rospetto draghetto da umiliare, dietro il quale però si intravede l’ombra gigantesca e minacciosa della mamma drago. Ma il lupo esiste anche nelle paure dei bambini cinesi, o indiani, o albanesi? E se non c’è chi svolge le funzioni del lupo e del “babau”? Chi fa la parte del cattivo e del nemico?

Nelle fiabe popolari dei diversi paesi del mondo, quelli da cui vengono tanti bambini stranieri delle nostre classi, non sempre si incontra il lupo. Nelle fiabe dei paesi africani,  per esempio, ci sono leoni, volpi, coccodrilli, ragni, sciacalli ma non lupi. Tranne in alcuni casi. A Capoverde, per esempio, un Paese formato da un gruppo di isole, si raccontano le storie di Ti Lobo (zio lupo). È un lupo meticcio, nato dall’incrocio tra Europa e Africa, probabilmente “ereditato” dai racconti degli europei nelle rotte di navigazione che portavano uomini (schiavi) e merci e che facevano scalo a Capo Verde.  Vicino alle isole di Capoverde c’è l’isola di Goreè, che appartiene al Senegal, sede del museo della memoria della schiavitù. Ti Lobo non è solo il personaggio per bambini, è anche l’emigrante capoverdiano ammalato di nostalgia (la “morna” capoverdiana è la musica della nostalgia), è anche l’adulto che vorrebbe scappare, è anche l’uomo che non si da pace. C’è un racconto di uno scrittore capoverdiano che ; Gabriel Mariano, che è intitolato Ti-Lobo e ci parla della realtà drammatica dell’arcipelago, della fame e del vento. È in questo scenario desolato che lo scemo del villaggio, Mario –Matto, va in giro raccontando la sua fiaba che è quella del lupo e dell’agnello, gli stessi personaggi della favolistica occidentale ed europea, da Esopo a Fedro, a La Fontaine, ma tradotti in capoverdiano. Una cultura elaborata a partire da influenze europee ma che è riuscita ad affermarsi come propria. I capoverdiani, si dice, sono i più europei degli africani e i più africani degli europei…

Questo per esempio  è l’incipit di un storia capoverdiana, raccolta dalla giornalista Maria Jesus de Lourdes, che ha come protagonisti Ti Lobo (il lupo) e la capretta, una coppia di opposti proverbiale che viene  dall’antichità:

 Ti lobo era amico inseparabile di una capretta. Ma un giorno senza dire niente alla sua amica saltò su una pianta di fico e disse: “Figuerinta riba!”, che vuol dire: “pianta di fico sali!” Così salì in cielo e quando Dio lo vide, sapendo che era un gran mangione, gli offrì un bel piatto di cous-cous e poi gli disse: “adesso ti lego a questa corda, così potrai scendere e ti regalo questo tamburo così quando tocchi terra lo suonerai e io taglierò la corda…”.

 La capretta è furba, il lupo è stupido e rimarrà a pancia vuota e pieno di dolori ma nella letteratura popolare  capoverdiana è anche possibile riconoscersi nel lupo e capire la sua fame, come fa Mario-Matto, lo scemo del villaggio che grida la sua parentela con il lupo, con il lupo di tutti i poveri ei disperati del mondo. Risulta così una fratellanza nella fame, quella che ti fa condividere una scodella  di cibo o che ti fa rubare i pantaloni a un morto. Nella storia  c’è un riferimento al cous-cous,  un piatto tradizionale di molti Paesi nord africani (ma integrato anche nella cultura alimentare siciliana, come Giufà!). La storia può essere illustrata, cambiata, confrontata con altre storie di lupi che finiscono nei guai, per esempio Il Lupo e i 7 caprettini, dei fratelli Grimm, molto conosciuta in Europa. O la fiaba La capra e i tre capretti, storia popolare diffusa in Romania, Moldavia, Albania.

Un altro, sorprendente, inatteso punto di vista, è quello contenuto nella storia del giapponese Yuichi Kimura, In una notte di temporale.

In questa storia, illustrata in bianco e nero, con poche parole, succede che un lupo e una capretta si rifugiano, inzuppati d’acqua, nella stessa capanna, mentre infuria il temporale. Non si riconoscono, è buio, ci sono i tuoni, e così incominciano a parlare  e fanno amicizia.. Decidono di darsi un appuntamento per il giorno dopo, alla luce del sole, così potranno vedersi in faccia…Già, ma cosa succederà il giorno dopo, miei piccoli e grandi lettori, quando i due “nemici” si riconosceranno? Saranno ancora “nemici”? Non è un tema solo per bambini, si potrebbe continuare questa pista leggendo Con gli occhi del nemico. Raccontare la pace in un Paese in guerra di David Grossman, scrittore d’Israele. Come si può parlare di pace in un Paese che ogni mattina si sveglia pensando alla guerra? E cosa significa e come si fa mettersi nei panni dell’ “altro” quando l’ “altro” è il nemico?

 4 Cenerentola

La prova di identità attraverso la scarpetta è il motivo più caratteristico della fiaba di Cenerentola. La scarpa più famosa, naturalmente, è la scarpetta di vetro. Ma questa è solo una delle tantissime scarpe consumate da Cenerentola nei suoi viaggi per il mondo. Perché non c’è una sola storia di Cenerentola, ce ne sono 345!, almeno secondo il primo grande censimento fatto a fine ottocento dalla folklorista inglese Marion Rolfe Cox.

La storia della scarpetta di vetro è quella “ francese”, scritta da Charles Perrault, nel 1696, pubblicata a Parigi alla corte di Luigi XIV e ripresa da Walt Disney nel suo film a cartoni animati, uscito nel 1950. In questa versione Cenerentola non può recarsi al ballo del principe perché la matrigna gliel’ha proibito. Interviene un aiutante magico, una fata, che le lascia in dono un vestito nuovo e le scarpette.

Cosi può andare al ballo  ma deve tornare a casa prima che finisca la festa (“prima dello scoccare della mezzanotte”, nella versione di Perrault ). Fugge precipitosamente dalle scale perdendo la scarpetta. Il principe la trova e manda i suoi aiutanti a cercare la ragazza che potrà calzare quell’oggetto meraviglioso. Questo è l’intreccio più diffuso della storia che tutti i bambini e tutti gli adulti, o quasi, conoscono. Ma ci sono tantissime versioni diverse della storia e importanti differenze da Paese a Paese.

In Scozia, per esempio, al posto della “nostra” fatina, c’è una pecora che aiuta Cenerentola; in India e in Bosnia c’è una mucca, in Iraq e in Cina c’è un pesce, in Vietnam c’è Budda, a Napoli c’è una palma di datteri.

Ma non cambiano solo gli aiutanti di Cenerentola, cambiano anche e soprattutto le sue scarpe!

Nella Cenerentola tedesca, scritta dai fratelli Grimm e pubblicata nel 1812, la  scarpetta non è di vetro ma è dorata  e la protagonista non la perde per distrazione ma solo perché l’astuto principe ha cosparso di pece la scalinata (e non deve tornare a casa entro mezzanotte, Cenerentola tedesca non ha orario! ). E soprattutto nella  Cenerentola tedesca il principe arriva di persona nelle case per far provare la scarpetta alle fanciulle. È un principe attivo, determinato, sicuro di sé. E anche  la matrigna lo è: convince le figlie a tagliarsi una parte del piede per riuscire ad indossare la scarpetta.

La prima versione  di Cenerentola in Europa non è né francese, né tedesca ma italiana, anzi napoletana: Cenerentola si chiama Zezolla, detta anche Gatta Cenerentola. La storia fu scritta e pubblicata da Giovanbattista Basile nel libro Lo cunto de li cunti ovvero Lo trattenimento de lo Piccirille, noto anche come il Pentamerone  ( un libro che conteneva 50 fiabe ) . Siamo nell’anno 1634, alla corte del re di Napoli e, nonostante il titolo indichi un pubblico infantile come destinatario ideale, questa raccolta di fiabe in dialetto napoletano si rivolgeva prevalentemente ad un pubblico di corte, adulto e maschile. La calzatura perduta alla festa dalla Cenerentola napoletana è una pianella ( “lo chianiello”, in napoletano), una specie di zoccolo che veniva calzato come una sovra scarpa ed aveva un’altissima  zeppa di legno per aumentare la statura anche di un palmo e mezzo ! : “Il servitore, che non riuscì a raggiungere la carrozza che volava, raccolse la pianella da terra e la portò al re. E lui, presala in mano, disse : “Se le fondamenta sono cosi belle come sarà la casa?” È interessante questa immagine usata dal re napoletano: se il corpo è come una casa, le scarpe  sono le sue fondamenta. Si potrebbe aprire una pista di lavoro con i bambini e gli adolescenti: cosa sono le scarpe rispetto al corpo intero? Le scarpe non sono un semplice accessorio, sono anche un segno di appartenenza sociale, d’identità di gruppo. Rimandano al significato profondo delle calzature come “confine”, come passaggio, come strumento per crescere ed alzarsi da terra (il bambino piccolo che si mette le prime scarpe, che si mette le scarpe dei genitori o dei fratelli grandi, e il gesto di togliersi le scarpe per entrare in luogo sacro, in  altre religioni….). Mettersi nelle scarpe degli altri, è un esercizio interculturale!

Ma la più antica di tutte le Cenerentole, la sorella maggiore di tutte le fanciulle, colei che aveva i piedi più piccoli del regno, è quasi certamente nata in Cina.

L’esaltazione della piccolezza del piede femminile su cui è incentrata la storia di Cenerentola è stata collegata alla consuetudine, praticata dalle classi elevate in Cina, di fasciare strettamente fin dall’infanzia i piedi delle donne. In Cina il piede piccolo, detto” giglio d’oro”, era considerato simbolo di bellezza. La più antica tra le versioni più conosciute al mondo di Cenerentola venne redatta da un dotto funzionario cinese che si chiamava Tuang Cheng-Shih e che l’aveva sentita raccontare da uno dei suoi servi (come sostiene lo storico Carlo Ginzburg nel libro Storia notturna) vissuto nell’ottocento dopo cristo, quasi 900 anni prima che facesse i primi passi la Cenerentola francese dalle scarpette di vetro. La protagonista, la Cenerentola cinese, la fanciulla che aveva i piedi più piccoli del regno, si reca alla festa delle  grande grotta con un vestito di penne di piume di Martin pescatore e un paio di sandali d’oro. Sono i doni che le ha lasciato il pesce, l’aiutante magico.

Anche Cenerentola del Vietnam porta dei sandalicosì come la Cenicienta del Perù.LaCenerentola dei Balcani, che faceva la badante degli animali, calza delle semplici babbucce contadine, Cenerentola araba invece degli zoccoli d’oro, Cenerentola del Tibet degli stivaletti di pelliccia. E se una Cenerentola marchigiana, proveniente dal ducato di Camerino, proponeva delle popolarissime “ciavatte”, una Cenerentola toscana del Casentino calzava eleganti ciabattine d’oro.Eleganti sì, ma non originali come le calzature della Cenerentola del campidanese, in Sardegna. Lei si chiama Ottighitta, “sugherina”, e le sue scarpe sono di sughero.

 5 I folletti  

Un altro protagonista delle narrazioni infantili, e dei discorsi degli adulti, compagno di giochi, spesso invisibile e immaginario, presente con le stesse caratteristiche (e alcune importanti differenze) in tante culture, è il folletto.

“Ma dove abitano i folletti?”. Aveva chiesto, qualche anno fa, un bambino della scuola primaria di Torre Pellice, in Piemonte, durante un’esperienza di raccolta di storie e modi di dire sul “piccolo popolo” che abitava in valle. Si potrebbe rispondere cosi: i folletti abitano in tanti luoghi diversi, a seconda dei gruppi o delle famiglie o delle tribù di appartenenza. Ma soprattutto i folletti abitano in tre posti: nei boschi, nelle case, (o nei dintorni delle case) e nel vento.

In provincia di Venezia, per esempio, c’è un folletto che si chiama Mazarol, in Friuli si chiama Mazzarot: si aggira nei boschi percuotendo gli alberi con un mazzuolo. Viene descritto come un omino con il vestito e il cappuccio rosso, barba e capelli lunghi, viso grinzoso, scarpette a punta.

Insomma assomiglia ai tanti gnomi, nani e folletti presenti nel folklore europeo e in tante fiabe e leggende nordiche. Questi personaggi ci rimandano anche all’antico abitatore delle selve, quel Silvanus latino di cui sono rimaste tracce nei dialetti d’Italia: il servan piemontese che getta a terra la roba stesa, scambia il sale con lo zucchero, da tutto il fieno alla mucca più bella e alle altre niente, il salvanel trentino che lega le code delle bestie, i sanguaneli vicentini che fanno deviare e girare a vuoto i viandanti, battono le mani, imitano le voci e a volte rubano i bambini.

I folletti sono piccoli e dispettosi, e questo è sicuro. Ma un’altra loro fondamentale caratteristica è che sono personaggi multiculturali. Appartengono non solo alle fiabe, alle tradizioni, al folklore del Nord ma anche  alle regioni del Sud d’Italia e a tanti Paesi del mondo, quelli da cui vengono molte famiglie e bambini immigrati. Anche i folletti sono migranti!

Diversissimi tra loro, sparsi in tutto il mondo, hanno però alcune cose in comune che ce li fanno riconoscere come membri della stessa specie. Tutti diversi, tutti uguali: ecco alcune delle principali famiglie di folletti.

Il Munaciello, il folletto di Napoli e delle regioni del sud: piccolo, vestito da monaco. Può essere generoso e servizievole e dare anche i numeri al lotto. Ma attenzione: se qualcuno rivela di averlo in casa, il munaciello sparisce e non torna più. Il tipo monachello è diffuso in tutto il centro sud: il monacheddu calabrese e il monachicchio lucano abitano le soffitte o si nascondono in mezzo alle correnti d’aria: “vive in un piccolo armadio dalla serratura guasta”, Annamaria Ortese, in Il Monacello di Napoli;   “ si vedono frequentemente ma acchiapparli è difficilissimo”, dice la contadina Giulia in Cristo si è fermato a Eboli.

Il Duende è il nome del folletto spagnolo e portoghese: il nome deriva dalla radice duar che in arabo significa abitante. Esce solo di notte e si diverte a disturbare chi dorme togliendogli le coperte ma la sua qualità principale è che sa aggiustare tutto ciò che è rotto e non funziona.

Il Jinn è un folletto arabo, vestito di verde ma invisibile agli occhi umani. Il suo nome infatti deriva dalla radice Gianna, che significa nascosto. Vive nelle oasi, intorno ai pozzi, nelle case , negli hammam. Può insegnare agli uomini la scienza e la medicina ma può anche farli ammalare o diventare pazzi. Ci sono molte fiabe arabe e romanzi  ma anche storie di disagio reale di adulti e bambini migranti che vedono i Jinn come protagonisti o come personaggi ritenuti responsabili di malattie o situazioni di disagio, come documentato dalla ricerche di etnopsichiatria su gruppi e famiglie di immigrati. Nel romanzo La terrazza proibita, di Fatema Mernissi, scrittrice marocchina, i Jinn sono frequentatori abituali dell’hammam, il bagno pubblico, e partecipano, anzi interferiscono e talvolta “deviano” i discorsi delle donne.

Sono personaggi importanti e complessi nell’immaginario e nelle credenze di alcuni Paesi di tradizioni islamiche: nel Corano una sura (un capitolo) è dedicato ai Jinn.

Il Ching Chi è un folletto cinese, vestito di giallo, abita nelle paludi (c’è sempre l’acqua nei luoghi abitati dai folletti di tutto il mondo)’ è alto dieci centimetri. La sua qualità è che salva chiunque si perda. Certo bisogna chiamarlo e lui accorre al volo anche se si trova a mille chilometri di distanza.

Ma come bisogna chiamarlo? E con quali parole ? E lui accorre a salvare anche persone di altre lingue e culture? Questo non lo so ma si può chiedere ai bambini cinesi e ai loro genitori o ai mediatori linguistici e culturali che lavorano con loro.

 6 Il copricapo. Il velo, il turbante, la kippah

Una giornalista, responsabile delle pagine culturali dell’Osservatore Romano racconta un episodio della sua infanzia da bambina scout: “Eravamo al campo estivo, coccinelle e lupetti dell’Agesci, trascorrevamo una settimana in un paesino dell’Umbria. Non ricordo perché  ma ad un certo punto, un po’ accaldati e trafelati, io, il mio amico Federico e Bagheera, uno dei grandi, un capo, entrammo in una piccola chiesa. Noi bambini facemmo il gesto di toglierci il cappellino che indossavamo per proteggerci dal sole ma Bagheera mi bloccò dicendo: Tu lo puoi tenere. Ci rimasi male, avevo fatto il gesto in segno di rispetto, esattamente come Federico. Sei una femmina, aggiunse Bagheera di fronte alla mia faccia perplessa. Non capivo. Come mai la testa scoperta di Federico e la mia testa coperta erano in grado di esprimere lo stesso tipo di messaggio di devozione e di rispetto”. Andirivieni di senso, contraddizioni del copricapo come personaggio ponte.

Da qualche anno la questione del capo coperto femminile, in relazione alla religione islamica, si è posta in modo rilevante, e anche preoccupante.

Dice una giovane impiegata di Nizza, Martine, i giorni seguenti alla strage del 14 luglio 2016: “Quando ero ragazza in classe avevo tante compagne musulmane. Si vestivano come noi, frequentavamo gli stessi posti. Oggi quando le incontro per strada non le riconosco più, sono tutte con il velo”. Perché il velo diventa il simbolo di una  diversità incomprensibile? Perché “ferisce” lo sguardo di Martine? Ed è davvero in aumento l’uso del velo? Alcune insegnanti delle scuole della periferia di Roma segnalano casi di bambine con il velo, in aumento ma anche più piccole d’età rispetto a qualche anno fa.

Presente, in modo e con significati diversi, nelle religioni monoteiste questo copricapo riassume alcuni importanti temi del nostro tempo: la rinascita dell’islam, i suoi rapporti con l’occidente, la concezione della donna, l’idea di sottomissione o di cambiamento e di emancipazione. È riduttivo collegare il velo solo  all’Islam. Anche le suore lo portano, anche  le ebree ortodosse, anche le vedove e le contadine di alcune realtà rurali del Sud d’Italia hanno un copricapo. Ed è riduttivo associarlo solo all’idea di  sottomissione. A chi chiede loro di “vestirsi all’italiana”, cioè di scoprirsi e togliersi il velo, cioè di integrarsi assimilandosi, alcune ragazze rispondono affermando la possibilità di essere belle e musulmane. Attraverso i social network e youtube imparano a rendere moderna e giovane la prescrizione islamica del velo: “Hijab elegante mi piace perché mettono diversi vestiti, moderni, di ultima generazione insomma. E allora tu riesci a trovarti, a ispirarti. Le stiliste musulmane hanno lavorato tanto e ci sono sempre nuovi modi o di mettere il velo e di combinarlo con i vestiti…”

E un’altra ragazza osserva: “Non è che bisogna portare il velo in modo anonimo…Cioè può essere un punto che va a valorizzare il tuo stile, la tua personalità…però dipende anche dal budget economico della tua famiglia…”. Nella religione ebraica è invece il capo dell’uomo a dover essere coperto durante la preghiera. Gli ebrei osservanti portano un copricapo a forma di zuccotto, la kippah, e lo portano anche i bambini, è considerato obbligatorio in sinagoga, quando si studiano i testi sacri e  quando si mangia ma gli ortodossi lo portano sempre. Un ragazzo di Roma in gita a Milano, maggio 2016, è stato aggredito in un parco e insultato da un gruppo di giovani perché portava il  copricapo ebraico, la kippah, simbolo visibile e “in pubblico” di appartenenza religiosa. Molto diverso come significato è l’obbligo per le donne di coprirsi il capo: se per gli uomini è un segno di rispetto per il divino, per le donne è invece un segno di pudore, di modestia. Molte donne ebree girano liberamente a capo scoperto, soprattutto nelle comunità italiane.

Nel mondo cristiano il velo si è “emancipato” sia sul piano simbolico che  sul piano normativo. Non è più obbligatorio né per le religiose, né per le laiche, dal Concilio vaticano II, 1965.  

Un altro copricapo al centro di dinamiche interculturali è il turbante degli indiani sikh, copricapo maschile.

I sikh del Punjab sono un gruppo di immigrazione con presenze molto significative nelle province della pianura padana e nell’agro pontino della provincia di Latina, essendo impegnati per la gran parte in lavori agricoli. Il turbante è uno dei simboli della religione sikh e “non è un cappello che si può mettere e togliere come e quando e dove si vuole”, scrivono gli autori di una pubblicazione on line sulla storia e i significati del turbante voluta dalla comunità di indiani che fa capo al tempio sikh di Pessina Cremonese, in provincia di Cremona. Ci sono stati diversi incidenti, malintesi e mediazioni  in questi anni intorno all’uso del turbante: quando è diventato obbligatorio portare il casco per andare in motorino, quando si è trattato di fare documenti d’identità, di toglierlo in aeroporto per i controlli e a scuola, naturalmente. Il caso più clamoroso,  negli anni settanta del secolo scorso, è quello di uno studente inglese a cui il preside ha proibito di portare il turbante perché “rovinava” l’estetica della divisa ufficiale dell’istituto scolastico. In Francia ci sono stati diversi problemi dopo la legge che proibisce  di mostrare e di indossare, in modo vistoso, simboli religiosi nella scuola pubblica ( marzo 2004).

 Intanto a Cremona gli Enti locali per far conoscere questo gruppo d’immigrazione, gli indiani del Punjab, passato quasi inosservato e molto diffuso nel territorio, anche nei piccoli centri rurali, ha organizzato, diversi anni fa, una serie di iniziative (ricerche, film, mostre, incontri) sotto il titolo Indi-visibili. Una delle mostre fotografiche che li ritrae era intitolata Turbanti che non turbano.

Dal velo islamico alla kippah degli ebrei al turbante indiano il copricapo, indumento dalla storia millenaria, si rivela, con i suoi andirivieni di senso, un utile personaggio ponte, un “evidenziatore” attualissimo di simboli, appartenenze religiose, diversità di genere, culture giovanili, dinamiche intergenerazionali.  Su questa pista  stanno lavorando i giovani del centro interculturale Mondinsieme di Reggio Emilia con gli studenti, le seconde generazioni di figli di immigrati e le comunità religiose del territorio.

 Conclusioni

A volte adulti, ragazzi, bambini sembrano popoli diversi, anzi  “etnie” che parlano lingue diverse. Il popolo dei bambini  e dei ragazzi conosce tante lingue, anzi tanti linguaggi. E anche se sono “ stranieri”, figli di immigrati, conoscono spesso gli stessi linguaggi dei compagni italiani. Era il 1981 quando la mostra itinerante “ I 100 linguaggi dei bambini” cominciò il suo viaggio per il mondo. Raccontava l’esperienza, o forse sarebbe più esatto dire, l’avventura educativa, dei Nidi e delle Scuole dell’infanzia del comune di Reggio Emilia e le tante culture e competenze che i bambini avevano già prima di arrivare a scuola.

Non bisogna mai dimenticare che in una classe multietnica non ci sono solo problemi linguistici (imparare l’italiano da parte degli alunni stranieri) e opportunità linguistiche (le conoscenze di alfabeti e lingue diverse portate dai compagni di scuola “stranieri”), ci sono già tanti linguaggi ed alfabeti comuni: il corpo, il gioco, la musica, le storie, i sogni, i sassi, la musica, la moda. Materiali con cui si costruiscono i ponti.

Alla fine del 2015 c’è stato un primo incontro, organizzato dal Ministero dell’istruzione con l’Istituto Cervi: Costruttori di ponti, 27/28 novembre 2015, a Gattatico, Reggio Emilia, alla Casa Museo dei fratelli Cervi, un luogo della memoria e della resistenza.

Tanti anni fa, nello scenario di macerie del nostro Secondo dopoguerra, aprile 1945, un giurista fiorentino e militante della resistenza, Piero Calamandrei, aveva fondato una rivista che si chiamava Il Ponte con l’obiettivo di seguire le fasi dell’attuazione della Costituzione della Repubblica e di mettere di nuovo in dialogo e in “cammino” persone e culture, idee e territori, memorie e città. Questo è stato anche  l’obiettivo del primo dei seminari Costruttori di ponti di Casa Cervi. C’è bisogno  di portatori di “utopie concrete”, come affermava da Alex Langer, insegnante e politico cosmopolita ma con le radici nel suo Alto Adige, scomparso quasi trent’anni fa, e il cui esempio a Casa Cervi è stato ricordato.Un secondo appuntamento dei Costruttori di ponti è stato organizzato per l’8 aprile 2016, dedicato a Modelli di integrazione a confronto: Italia, Francia, Germania e un terzo per la fine di marzo 2017 insieme alle associazioni dei figli di migranti delle  seconde generazioni.

I ponti sono necessari, oggi. E servono i costruttori e i materiali, come nel nostro secondo dopoguerra. 

 Bibliografia

 Introduzione

Sui primi passi della didattica dei personaggi ponte rimando ai miei saggi:

“Arlecchino lava i vetri al semaforo, Ali babà va in metropolitana”, catalogo della mostra itinerante Libri senza frontiere, Assessorato alla cultura, Provincia di Roma, 1992; “Cenerentola è nata in Cina”, in Altri lati del mondo, a cura di M.A.Saracino, Sensibili alle foglie, Roma,1993; “La pedagogia di Giufà. Un personaggio ponte tra l’Italia e il mondo arabo”, in Giufà tante storie, a cura di C. Capizzi e .Vassalli, catalogo della mostra di illustratori, Edizioni C’era una volta, 1994;

La biblioteca multietnica. Libri, percorsi, proposte tra culture diverse, Bibliografica, 1992;

Alcune parti di questo contributo sono stati pubblicati nelle riviste Gulliver, novembre 2015 (per le scuole dell’infanzia) e Sesamo. Didattica interculturale, Novembre 2015

 Sui  Sassi:

Stefan Zavrel, Il ponte dei bambini, BohemePress

Etienne Delessert, Come un topo piglia un sasso in testa e scopre il mondo, E.Elle

Anais Vaugelade, Una zuppa di sasso, Babalibri

(un lupo, uno “straniero”, arriva in un villaggio, portando con sé un sasso. Bussa alla casa della gallina e chiede di preparare una minestra con il suo sasso. Arrivano i vicini che portano ciascuno un nuovo ingrediente e alla fine viene cucinata una zuppa squisita.

 Su Giufà:

Si potrebbe allestire una piccola biblioteca di libri su Giufà, in diverse lingue, e con video e musiche. Mi limito a questi titoli:

Chiara Carrer, Giufà, Sinnos, 2007

Francesca Corrao, Giufà il furbo, lo sciocco, il saggio, Sellerio, 2001

Ambrogio Sparagna, Giofà, il servo del re, CD musicale, BMG, 1993

Diego Lanza, Lo stolto. Socrate, Eulenspiegel, Pinocchio ed altri trasgressori del senso comune, Einaudi, 1997

 Sul  Lupo

Vinicio Ongini, Anche le fiabe sono migranti. Dal Lupo di Capoverde al Califfo di Bagdad.: in viaggio con i mediatori culturali”, in Atti del convegno nazionale dei centri interculturali, Storie narrate, storie di sé, Fano,10/11 ottobre 2012

Yuichi Kimura, In una notte di temporale, Salani, 1998

G.Favaro, La capra e i tre capretti, bilingue italiano-rumeno, Carthusia, 2005

Mario Ramos, Il lupo che voleva essere una pecora, Babalibri,2008

Mario Ramos, Sono io il più forte, Babalibri, 2012

Mario Ramos, Il segreto di Lu, Babalibri, 2006

(Lu è l’unico lupo in una scuola dove tutti gli altri sono maialini, e sono maiali anche il direttore e la maestra. E così lo trattano con diffidenza, dicono che ha un’aria cattiva e che puzza….Ma Ciccio, il maialino a cui piace giocare al lupo cattivo, invece di evitarlo come fanno gli altri, diventa suo amico)

David Grossman, Con gli occhi del nemico, Mondadori, 2007

 Su Cenerentola

Vinicio Ongini, Chiara Carrer, Le altre Cenerentole. Il giro del mondo in 80 scarpe, Sinnos, 2009

Fabienne Morel, Gilles Bizouerne, Cenerentola raccontata nel mondo, Sonda, 2009

Carlo Ginzburg, Storia notturna: una decifrazione del sabba Einaudi, 1989

Un’esperienza didattica con le “altre cenerentole” in una scuola multiculturale di Roma, in  Vinicio Ongini, Noi domani. Un viaggio nella scuola multiculturale, Laterza, 2011

 Sui Folletti

Fatema Mernissi, La terrazza proibita, Giunti, 1996

Anna Maria Ortese, Il monacello di Napoli, Adelphi,2001

Francesca Lazzarato, Il piccolo popolo. Elfi, nani, folletti, Mondadori, 1995

Gian Luigi Beccaria, I nomi del mondo, Einaudi, 1995

 Sul  Copricapo. Velo, turbante e kippah

Sumaia A.Qader, Porto il velo, adoro i Queen. Nuove italiane crescono, Sonzogno, 2008

Nadia Ghulam, Agnes Rotger, Il segreto del mio turbante, Sperling e Kupfer

Azar Nafisi, Leggere Lolita a Teheran, Adelphi, 2013

A.Bruno -Nassim, Come il velo è diventato musulmano, Raffaello Cortina, 2015

Renata Pepicelli, Il velo nell’islam, Carocci, 2012

Maria Giuseppina Muzzitelli, A capo coperto. Storie di donne e di veli, Il Mulino, 2016

Giulia Galeotti, Il velo. Significato di un copricapo femminile, EDB, 2016

Anna Maria Rivera, La guerra dei simboli. Veli postcoloniali e retoriche sull’alterità, Dedalo, 2005

Indi-visibili. Immagini di immigrati indiani nel cremonese, Catalogo della mostra fotografica, a cura di Domenica Denti e Mauro Ferrari, Provincia di Cremona, 2002;

Vecchi e nuovi volti della Bassa padana, Catalogo della mostra fotografica, a cura della Lega di cultura di Piadena, Mazzotta, 2011

Le testimonianze sul velo delle giovani musulmane citate nel capitolo sono in Giovani musulmane. Percorsi biografici e pratiche quotidiane, a cura di Ivana Acocella e Renata Pepicelli, Il Mulino, 2015

 Conclusioni

Alexander Langer, Il viaggiatore leggero, Sellerio, 2011

Scuola dell’infanzia di Cadelbosco di Sopra, Reggio Emilia, Un grande paese di fiume di ponte, 2015 (dai ponti di Calatrava all’arcobaleno, un anno di lavoro sui ponti in un libro fatto dalla scuola)

Sui seminari Costruttori di ponti: www.istitutocervi.it/costruttoridiponti

 

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